Intervista a Luciano Ponzio
di
Francesca Bruni
Il titolo del suo libro è Lo
squarcio di Kazimir Malevich. Questo squarcio è inteso
rispetto all’arte russa com’era fino a quel momento?
Nel libro, c’è un capitolo intitolato Tra
fabbrica e campagna, che racconta dell’interesse
di Malevich per la pittura e la decorazione contadina, finché
s’imbatte nell’arte di Kiev e nei pittori di Pietroburgo.
Sembra l’avvio di un processo d’astrazione.
Lo
squarcio di Malevich — squarcio inteso come movimento
di apertura all’alterità e di oltrepassamento
dei limiti del mondo — vuole essere inizialmente un’operazione
critica nei confronti dei ritornelli del passato, proposti
dall’arte in generale o dalla cosiddetta pittura tradizionale.
In un secondo momento però, in Russia, la visione artistica
di Malevich — che assume sempre più aspetti di
carattere filosofico — si renderà ben presto
come visione artistica sovversiva e controrivoluzionaria,
in quanto inutile ai fini sociali e alle strategie di potere.
Malevich intuisce come l’arte, in generale, vada sempre
al di là dei suoi momenti di servizio, e come la pittura,
in particolare, non sia mai un semplice sistema di trasmissione,
di trascrizione, di narrazione. Lungi dalla pretesa di riferire
l’oggetto, la pittura è scrittura non strumentale,
è scrittura infunzionale che si dà gratuitamente.
Tra fabbrica e campagna, il capitolo che ha nominato,
offre, con l’aiuto di alcuni riferimenti autobiografici
di Malevich, alcuni elementi fondamentali che caratterizzeranno
l’intera riflessione pittorica, di avventura e di ricerca,
dell’artista russo. È indiscutibile il fatto
che la pittura contadina, ma soprattutto la pittura delle
sacre icone, abbiano suscitato grande interesse non soltanto
da parte di Malevich ma anche da parte di tanti altri pittori
dell’avanguardia russa. È così colta l’omologia
tra la pittura sacra e la pittura cosiddetta d’avanguardia;
omologia che consiste nell’evitare la rappresentazione
da parte di entrambi i procedimenti artistici favorendo, al
contrario, quella che ho chiamato raffigurazione, intesa come
visione artistica capace di alterare il monotono ordinamento
del mondo degli oggetti, per affrancarli nella loro alterità.
Il processo di astrazione a cui lei allude s’incarna
dunque nella visione artistica assunta da Malevich, visione
che risulta il punto di vista eccedente e distanziato dal
quale non solo poter mostrare come la pittura possa sopravvivere
anche in assenza di figuratività o dell’oggetto
rappresentato, ma anche ri-velare agli occhi dell’uomo
prigioniero del proprio orizzonte i limiti di un mondo reso
oggettivo e rivestito esclusivamente di ragione pratica e
utilitaristica.
L’art
naïf influenza la pittura di Malevich e anche quella
di altri artisti russi, come Chagall, ma in modo differente…
Chagall, poi, prosegue con il cosiddetto figurativo.
Sì.
L’art naïf e la decorazione contadina hanno inciso
in maniera decisiva nella ricerca pittorica degli artisti
delle avanguardie russe, da Kandinskij a Chagall.
In particolare, artisti come Goncarova, Burljuk o Larionov
svilupparono una pittura dal gusto neoprimitivista nata dal
loro notevole interesse per le tematiche espresse dall’arte
popolare. Malevich conobbe personalmente questi artisti cosiddetti
“neoprimitivisti”, e i suoi dipinti di questo
periodo (1907-1910) mostrano spesso gruppi di contadine o
il lavoro contadino. Chagall, all’inizio della sua attività
pittorica, decora le insegne cittadine dei negozi. La ricerca
pittorica delle avanguardie artistiche ha inizio con il recupero
dell’art naïf dei contadini: dalle decorazioni
delle chaty, le case rustiche, dei pisanki, le uova dipinte,
del lubok, le stampe popolari, nelle insegne, nelle forme
dei dolci e dei giocattoli che rappresentano suggestioni per
guardare alla realtà in maniera diversa e uscire dalla
visione ordinaria, non solo della vita, ma anche dell’arte.
È sintomatico che anche la pittura di Chagall sia notevolmente
“contaminata” dalla pittura dell’icona.
Ho già avuto modo di mostrare come la somiglianza di
alcuni dipinti di Chagall si richiami notevolmente nella costruzione
spaziale delle sacre icone (v. Icona e Raffigurazione. Bachtin,
Malevich, Chagall, Bari 2000).
È vero che la pittura di Malevich si differenzierà
notevolmente da quella di Chagall ma è anche vero che
questa differenza non possa ridursi all’abusata e discutibile
idea della separazione tra pittura astratta e pittura figurativa.
Tra pittura “figurativa” e “astratta”
non esiste una vera e propria distinzione poiché, in
ogni caso, la pittura come segno, come colore e materia è,
pur sempre “astrazione”, visione eccedente, non
fosse altro perché opera con materiali differenti dalla
realtà, materiali che non rendono, non restituiscono,
nessun corpo sulla tela. Figurativa o no, la pittura non è
imitazione delle cose, né (unica) cosa. È in
questo movimento, in questo scarto eccedente che la ricerca
pittorica deve consistere per distanziarsi, distinguersi dalla
trascrizione, da un’illustrazione pressoché fotografica,
che la costringerebbe ad aderire al mondo, alla maniera di
questo mondo.
Quali sono i maestri di Malevich?
Tra
le varie versioni dei fatti, sembra che, nel 1905, dopo due
o tre tentativi falliti per entrare a frequentare l’Istituto
di Pittura, Scultura e Architettura di Mosca, Malevich prendesse
lezioni nello studio del pittore Fëdor Renberg fino al
1910.
Successivamente, credo che siano state importantissime, per
la ricerca pittorica di Malevich, le conoscenze degli artisti
russi che lavoravano in ambiti diversi da quello della pittura,
come il musicista atonale Matjusin e i poeti “transmentali”
Chlebnikov e Krucënych. È grazie anche a loro
che, a partire dal 1913, la pittura di Malevich diviene pittura
a-logica, non nel senso di irrazionale, ma in quanto visione,
movimento di disoccultamento degli oggetti incritti e sommersi
nell’ideologia dominante. È qui che avviene la
svolta decisiva, non solo per quanto riguarda la ricerca maleviciana,
ma soprattutto per la pittura e l’arte in generale.
Dal 1913 al 1915 Malevich potrà così approdare
al suo suprematismo, raffigurato dal volto ossessionante del
suo Quadrato Nero, rivolto a oscurare definitivamente la pittura
ingaggiata a rappresentare, pittura di rappresentazione e
di rappresentanza.
A un certo momento, nel suo libro, lei
parla del contributo dell'“arte
nuova” di Malevich alla dissoluzione dell'oggetto rappresentato.
Invece della rappresentazione dell'oggetto, interviene il
“colore eccedente”, che stacca l'opera dagli stereotipi
basati sul primato della visibilità e dell'ottica.
Malevich scrive anche che non è possibile "decomporre"
la pittura in forma e colore.
Sì,
è vero. Ma la dissoluzione dell’oggetto come
contenuto della pittura ha inizio, secondo gli studi compiuti
da Malevich, a partire da Cézanne. Non a caso, Malevich
considera la pittura impressionista e quella cubista come
momenti decisivi della distruzione degli oggetti. In modo
particolare, esprime una considerevole stima proprio per i
principali esponenti di questi movimenti artistici, riferendosi,
in particolar modo, a Cézanne e a Picasso. Da questa
fase iniziale - che potremmo definire di tipo de-costruttiva
della pittura - interviene la filosofia pittorica del suprematismo
di Malevich, interessata allo spostamento artistico verso
la dissoluzione e la sparizione degli oggetti sulla tela.
Con il suprematismo, infatti, la pittura viene condotta da
Malevich al massimo grado di emancipazione nonché di
rinuncia al culto delle apparenze e all’idolatria degli
oggetti. Bisogna che la pittura, per acquisire visibilità
artistica, cessi di essere pittura dell’ordinario visibile:
“seminare la pittura in modo che l’oggetto sparisca”,
è uno dei tanti motti artistici ideati da Malevich.
E la scelta di Malevich di far uso del monocromatismo bidimensionale
sta, in questo senso, a dimostrare la critica eloquente nei
confronti di una pittura incaricata a rappresentare.
Il colore eccedente, come lei dice, ha perciò un ruolo
decisivo; colore che non è più l’ulteriore
segno indicale, impiegato a suggerire l’oggetto secondo
direttive regolate e ampiamente accettate dalla coscienza
ordinaria. È quest’uso del colore — un
colore che non corrisponde più a quello che di solito
appartiene alla “forma del mondo” — che
renderà i dipinti di Malevich politicamente incomprensibili.
Il colore e la forma — entrambi oggetti di studio di
alcuni pittori — non possono essere spiegati entro un’analisi
di ordine fisico-chimico-ottico. Ciò ridurrebbe inevitabilmente
la pittura a somigliare presto ad una tabella scientifica.
La forma per Malevich non va più vista come forma assoluta,
come esito, ma viene mostrata come genesi, come forma in divenire.
L’uso incontrastato del colore conferisce alla forma
del mondo un carattere eccedente e trasfigurato fino a farla
sparire per far posto a masse pittoriche, finalmente svestite
dai cenci della neccessità. L’estrema conseguenza
della non-oggettività è dichiarata da Malevich
in maniera eclatante attraverso l’espediente tecnico
della decolorazione, espressa nel terzo stadio del suprematismo
pittorico, nella serie di dipinti bianco su bianco. Il vuoto
disarmante e la muta bianchezza di queste tele ridicolizza
in maniera spietata il realismo in pittura e dissolve nell’aria
la percezione ordinaria. Il limite del mondo viene così
superato, l’abat-jour del cielo perforato — per
dirla alla Malevich — e il quadro della rappresentazione
viene, appunto, squarciato in luogo della raffigurazione incontestabile,
che non cessa mai di offrire all’uomo la sua immensa
indefinitezza.
Malevich scrive come l’artista
asservito alla “Ragione utilitaristica”, ingaggi
una lotta contro l’oggetto, ora subendolo ora “mutilandolo”,
fino a rappresentare una sorta di trompe-l’oeil, una
specie di forma del mondo che omaggi il buon senso comune.
Lo stato sovietico gli avrà fornito vari spunti per
accorgersi di questo...
Le
teorie antifunzionalistiche del suprematismo maleviciano s’allontanano
dall’arte “impegnata”, dall’arte ridotta
a descrizione plastica, da un’attività artistica
destinata socialmente a facilitare rapporti fra genti della
medesima razza o dall’arte assegnata alle missioni di
rinnovamento del mondo — come invece gli artisti d’avanguardia,
cosiddetti “costruttivisti” o “produttivisti”,
ma anche quelli della scuola tedesca del Bauhaus, intendevano.
La ragione intuitiva maleviciana, intesa come logica superiore
alla norma, vuole essere, così, totale rigenerazione
infunzionale e si contrappone alla ragione utilitaristica,
vista, quest’ultima, come sovrastruttura falsificante.
L’ideologia fenomenica del “visibile”, resa
convenientemente in funzione dell’“utile”,
si rivela solo come mera sezione del mondo, un misero possesso
di mondo — mondo che, al contrario, vuol mostrare continuamente
la sua complessa alterità nell’infinita varietà
dei suoi significati. L’uomo invece s’accontenta
di soddisfare il bisogno pratico d’occasione, un bisogno
pratico di cui è abitualmente prigioniero. Rispetto
alla propria attività artistica, per l’artista
è difficile poter accettare così com’è
l’ostilità che continuamente gli propone il mondo
degli oggetti. Eppure, questo stato di ostilità può
divenire la molla che fa scattare l’autentica liberazione.
Lo stato russo, soprattutto con l’ostracismo ideologico
imposto da Stalin, si mostrò particolarmente ostile
alla ricerca, preferendovi, al contrario, la sussunzione dell’individuo
e l’imposizione di una (e sola) idea di lavoro, un lavoro
da cui non poteva scaturire alcun arricchimento intellettuale,
se non nel caso di artisti condannati dal talento a una visione
eccedente. In questo senso, solamente l’artista rispetto
agli altri uomini può trascendere ogni ideologia, perché
egli sa come abbandonare le false certezze di un mondo rivestito
di ragione pratica e ogni sua forma di sicurezza e comodità.
Malevich scrive come l’arte non
sia affatto “l’arte per l’arte”, ma
che arte e vita si trovano in un processo di parola.
Nella
ricerca artistica è inaccettabile la concezione del
valore intrinseco dell’arte, la concezione dell’arte
per l’arte. In tale direzione, il rapporto di responsabilità
fra arte e vita — che qui non è dovuto al fatto
che l’arte aderisce alla vita così com’è
— risulta, come dice Michail Bachtin, totalmente rinnovato.
L’arte, come ho detto, non è impegnata entro
i confini del mondo, già definito e già interpretato
come lo sguardo lo rappresenta. L’arte non rimane intrappolata
in un mondo che impone l’identico, ma vive al di fuori
dei confini della “realtà”, riproponendo
continuamente quest’ultima secondo nuove prospettive
e nuovi rapporti.
La ricerca dell’alterità si realizza nel testo
artistico della pittura, con la ricerca di un’immagine
altra. Non si tratta di trovare una (unica) “teoria
dell’arte” ma di svolgere una sperimentazione
senza fine. È così che l’arte e la pittura
non si lasciano assorbire nella routine, nell’applicazione
pratica e funzionale, non si lasciano ridurre alla “logica
di mercato”. Ne consegue l’orientamento ad allontanarsi
dalla rappresentazione e dall’immagine di Stato, mediante
le quali, in ambito artistico, non si può dire nulla
di sostanziale.
Il punto di vista artistico, per il suo porsi fuori dalla
vita, instaura un certo rapporto che consiste nel guardare
sempre alle cose umane dall’“estrema soglia”,
e quindi con una certa ironia, con un atteggiamento serio-comico
più o meno accentuato. In qualche modo esso sovverte
la visione seria, “realistica” del mondo dei tempi
moderni, disarciona la visione miope della vita, in gran parte
imbalsamata nei ruoli fissati dalla contemporaneità.
Il “processo di parola” che lei esprime, credo
che possa essere tradotto in ciò che per Bachtin è
il dialogo, dialogo incontrollato, inevitabile nonché
ineliminabile. In questo senso il dialogo si rende nella partecipazione
artistica alla vita risultando, dunque, una forma di responsabilità
ben più ampia di quella che si limita a vivere la vita
dal di dentro.
Qualche annotazione intorno ai ritratti
“rinascimentali” di Malevich...
Il
ritorno obbligato all’ordine non è altro che
un compromesso, la “resa finale”, di Malevich
e del Suprematismo di fronte allo “Stato delle cose”.
Malevich sembra utilizzare le ultime cartucce di colore suprematista
in quella che possiamo riconoscere come una prima fase di
ritorno ad una pittura figurativa, in cui egli dipinge paesaggi
astratti e contadini spersonalizzati e amputati. In questa
prima serie di dipinti (1927-33) Malevich non rinuncia alla
volontà di sottrarre una dimensione alla visione “realistica”
della realtà, riproponendo la bidimensionalità
suprematista nelle superfici e nei colori piatti. Questa volta,
però, il suprematismo è camuffato sia sottoforma
di figure antropomorfe sia negli sfondi che, costituiti da
linee piatte e orizzontali, si danno a vedere come paesaggi.
Mi riferisco, in particolare, a La casa rossa del 1932, in
cui è mostrato esplicitamente un quadrato rosso suprematista.
In alcune tele, Malevich non rinuncia nemmeno alla pittura
“bianco su bianco”: accade in un dipinto del 1928,
intitolato ambiguamente Suprematismo. Figura femminile, in
cui Malevich, coraggiosamente, dipinge due figure bianche
appena visibili immerse in uno sfondo incondizionatamente
bianco. A questo punto Malevich, messo anche agli arresti
come un elemento destabilizzante e pericoloso per le ideologiche
funzionali al potere, dovrà giungere a un compromesso
e innestare, trapiantare, normalizzare, umanizzare il suo
suprematismo fino a ricondurlo a una pittura, come lei ricorda,
dal gusto rinascimentale. Conseguentemente, dal ’32
al ’34 — periodo che comprende alcune decisioni
esecrabili da parte dello Stato sovietico, come lo scioglimento
di tutti i gruppi artistici nonché la messa al bando
dei dipinti maleviciani dai musei sovietici — Malevich
ricopre di abiti suprematisti i suoi cari, familiari e amici,
ritratti in una pittura spiccatamente figurativa. La curiosità
di questi ultimi dipinti — essenzialmente ritratti —,
che lasciano tutt’oggi aperte le interpretazioni, può
essere costituita dalla presenza insistente del Quadrato nero,
che emerge come un’ombra ossessiva sulle pareti degli
sfondi dipinti, oppure come sostituizione della firma dell’artista.
Gli elementi pittografici, esornativi e organici delle scritte
che accompagnano i suoi quadri — parole scritte che
si richiamano alle iscrizioni nelle sacre icone — non
mancheranno nelle tele caratterizzate da questo improvviso
e imprevisto ritorno al “figurativo”.
La parola scritta, il segno verbale è, dunque, per
Malevich un elemento importantissimo e sempre presente nella
sua ricerca artistica, poiché il segno-verbale, accostato
al segno-non-verbale, come ulteriore intervento segnico, ha
la forza di incidere meglio sulle sorti di un mondo idolatrico.
Quale formula per un invito alla lettura
del suo libro, Lo squarcio di Kazimir Malevich?
L’arte
ha il compito gratuito di creare l’effetto differito,
il fremito di senso, la perdita di controllo, il vacillamento
e il perturbamento di un mondo sempre più chiuso orgogliosamente
in se stesso, un mondo morto in piedi e imbalsamato nell’identità
distruttiva la cui massima espressione è — ahimè
— l’orrenda guerra. Sarà sconosciuta l’oppressione
dell’identità del mondo degli oggetti? La pittura
di Malevich sembra non conoscere tale oppressione. Solo liberando
l’oggetto dal mondo degli idoli e mettendolo al servizio
degli inventori si potrà riconoscere l’identità
come una sopravvivenza del vecchio mondo dell’oppressione,
perché il futuro del mondo dipende dalla visione artistica
differita e altra; e la visione avanzata da Kazimir Malevich
nel suo suprematismo pittorico si rivela visione inattuale
poiché non cede — ancora oggi — il passo
alla contemporaneità.
Luciano Ponzio, artista, ha conseguito il diploma di maestro
d’arte in pittura presso l’Accademia di Belle Arti
di Bologna e ha esposto in collettive e personali. Ricercatore
all’Università degli Studi di Lecce, si occupa
di semiotica del testo artistico.
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